Consiglio di Stato, no alla richiesta di adeguamento dei prezzi attraverso una variante

L’aggiudicatario non può pretendere una “revisione/adeguamento” dei prezzi, riservandosi di stipulare il contratto, pretendendo l’applicazione delle disposizioni in tema di varianti di cui al comma 1, lett. c) dell’articolo 106 del Codice. In questo senso il Consiglio di Stato, sez. IV,  con la sentenza n. 9426/2022. La disciplina, infatti, della revisione del prezzo è ancorata alla previsione di cui alla lettera  a) comma 1 dell’articolo in parola che, tra l’altro, ammette la modifica del contratto in essere (e quindi di un contratto già stipulato) solo a condizione che nello stesso (e quindi già nella legge di gara) sia stato previsto l’adeguamento.

La sentenza

Il Collegio affronta una questione di estrema attualità ovvero la querelle che può nascere prima della stipula del contratto nel caso in cui l’appaltatore, segnatamente, richieda come condizione sine qua non un previo adeguamento dei prezzi di aggiudicazione. Da notare che, nel caso di specie, lo stesso contratto (e prima ancora il capitolato tecnico) prevedeva l’impossibilità di procedere con adeguamenti se non in condizioni ben specificate. Nonostante le prescrizioni in parola, l’affidatario proponeva richiesta di adeguamento (risultando soccombente già in primo grado) ribadita con impugnazione della sentenza del primo giudice (TAR Lombardia, Brescia, n. 239/2022). La particolarità della richiesta, e di evidente  attualità, è che il ricorrente ha ritenuto applicabile la fattispecie di cui al comma 1, lett. c) dell’articolo 106 del Codice stante il fatto che la norma sulla revisione risultava chiaramente contingentare le ipotesi di revisione del prezzo. Il giudice non condivide l’assunto precisando che la fattispecie delle varianti si fonda su una ben chiara casistica determinata “da circostanze impreviste e imprevedibili per l’amministrazione aggiudicatrice o per l’ente aggiudicatore. In tali casi le modifiche all’oggetto del contratto assumono la denominazione di varianti in corso d’opera. Tra le predette circostanze può rientrare anche la sopravvenienza di nuove disposizioni legislative o regolamentari o provvedimenti di autorità od enti preposti alla tutela di interessi rilevanti” sempre fermo restando che “la modifica” non alteri “la natura generale del contratto”. Circostanza rimaste indimostrata e, in ogni caso, che richiedono il presupposto di un contratto già esistente (ipotesi che non ricorreva nel caso in esame visto che la richiesta risultava come propedeutica alla stipula del contratto).

Considerazioni

La sentenza riveste una indubbia importanza soprattutto nell’attuale situazione in cui l’appalto viene aggiudicato a determinati prezzi e non risulti possibile (in particolare per beni/servizi) applicare uno specifico apparto normativo. Per beni e servizi, infatti, o il capitolato già prevede l’adeguamento ai sensi di una specifica clausola adottata ai sensi dell’articolo 106 del Codice (salvo che l’appalto risulti bandito successivamente all’entra in vigore del DL 4/2022), altrimenti – e quindi in difetto di specifici richiami nella legge di gara – il RUP non può “adattare” disposizioni la cui ratio, e lo scopo, sia totalmente differente come nel caso delle varianti. Come bene si evidenzia nella sentenza, pertanto, l’appaltatore non può subordinare la stipula del contratto ad un intervento correttivo della legge di gara fondando la propria istanza su presupposti normativi inapplicabili (come la pretesa di adottare una variante senza il ricorso delle condizioni giuridiche prestabilite dal codice).