TARI: tassabili gli oratori e gli altri locali pertinenziali ai luoghi di culto

Il regolamento comunale sulla TARI può prevedere l’esonero delle sole superfici destinate esclusivamente all’esercizio pubblico delle funzioni di culto ammesse dallo Stato italiano, disponendo invece la tassazione delle aule di catechismo, dei luoghi destinati alla formazione del clero, degli oratori, degli eventuali annessi locali ad uso abitativo o ad usi diversi da quello di culto in senso stretto.

E’ quanto affermato dal Consiglio di Stato con il parere n. 1491/2022 del 20/09/2022 rilasciato in sede di ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dagli enti ecclesiastici operanti in un Comune, i quali eccepiscono che la modifica apportata al regolamento nel 2020 violerebbe il legittimo affidamento circa l’esenzione dalla Tari di tutte le superfici in precedenza indicate e motivato dalle attività di religione e di culto da essi svolte, comprensive ai sensi dell’art.16 della legge n. 222 del 1985, anche delle attività di formazione del clero e della catechesi.

Il Consiglio di Stato, nel ricordare preliminarmente che rientra nella facoltà (e non obbligo) dei Comuni di deliberare ulteriori riduzioni ed esenzioni rispetto a quelle espressamente contemplate dalla legge, evidenzia l’orientamento consolidato della Corte di Cassazione secondo cui non vi è esenzione dalla TARI neppure per gli immobili adibiti a sedi di istituti pontifici, in quanto anche la norma, contenuta nell’art.16 del Trattato Lateranense, che prevede la loro esenzione da tributi tanto verso lo Stato quanto verso qualsiasi altro ente, deve intendersi quale norma programmatica a cui lo Stato è chiamato a dare attuazione, il che non è mai avvenuto rispetto alla imposta sui rifiuti, ma solo per Imu e Tasi (cfr. Cass. n. 13375 del 2021).

In conclusione, la scelta del Comune di non confermare le esenzioni previste per gli anni precedenti non può considerarsi né irragionevole né sproporzionata, ma espressione del suo potere discrezionale di rivalutare l’assetto regolatorio. L’ampia discrezionalità esclude inoltre l’obbligo di motivazione nei termini di cui all’art.3 della legge n.241 del 1990, poiché i regolamenti comunali, quali fonti normative secondarie, non impongono all’Amministrazione di dare puntualmente conto del percorso logico-argomentativo seguito (cfr. Cons. Stato n.7904 del 2020).